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liutan“LIUTAN – il primo sciamano”.

Il nuovo romanzo di Ferdinando Tol jari. Un viaggio interstellare nel labirinto dello spazio, del tempo e dei sogni.
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 copertina libro“DOLAN HER – il tocco degli angeli”

Il primo romanzo di Ferdinando Tol jari.
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leggi le prime pagine di “Dolan Her – il tocco degli angeli”

Accanto alle montagne, spianato dai nostri passi il terreno dei campi risuona. T dice: la Terra è un tamburo, pensaci. Noi per seguire il ritmo, dobbiamo dobbiamo prestare attenzione ai nostri passi.
Citazione Indiana.

                                     Doalan Herr –  Il tocco degli angeli
Di Ferdinando Toajari

“È necessario fare in fretta. I ricordi svaniscono presto, come sogni di cui si perde cognizione appena svegli. Tutto è nitido ora nella mia mente. Sento però, che fra non molto dimenticherò, perciò devo affrettarmi nel raccontare, prima che la vacuità dissolva ogni cosa. A molti apparirà strano, probabilmente assurdo, ma ciò che può sembrare l’inizio, è in realtà la fine di un evento la cui natura è responsabilità di noi tutti. Indistintamente dalla razza, provenienza, etnia… Per questo sento l’esigenza di raccontare. Davanti a noi si staglia qualcosa d’immenso, così vasto, da non riuscire nemmeno a vederlo. Io ne sono stato testimone involontario, forse unicamente per mostrarlo a chi avrà la voglia e la forza d’osservare…  È difficile capire da dove iniziare, giacché il destino sembra aver voluto correggersi troppe volte, e troppi sono i punti che sarebbero potuto, effettivamente, apparire come la chiave di tutto. La verità, è che non vi è un vero principio, e non vi è una vera fine, così, come non vi è un punto preciso di svolta, perché il destino non riprende e non si corregge. Così, racconterò le cose per come le sento, e per come questo intuito che sembra venirmi da una percezione che pare superare l’umana comprensione,
mi suggerisce di fare…”
prologo

1

Nel luglio del 2001, in Venezuela, i segni dell’inondazione avvenuta alla fine del 1999, erano ancora evidenti. Le scarse risorse economiche rendevano lenta la ricostruzione e molti erano i villaggi che ancora dipendevano dalle associazioni umanitarie. In uno di questi si trovava il professor Stefano Etra, docente e ricercatore dell’università di Padova, divenuto famoso per il suo impegno in quelle zone.
Da più di un anno la sua vita si divideva tra il paese natio e la nazione alla quale donava l’aiuto disinteressato.
Egli guadagnava gia molto col suo lavoro di medico e ricercatore. Non aveva bisogno di compenso per tale assistenza. Il suo onorario era più morale di altro. Inoltre tale impegno andava a beneficio di una ricerca personale che il dottore svolgeva sulle malattie tropicali.
Compiva studi e scriveva relazioni che presentava a convegni e dibattiti, suscitando interessi e ammirazione tra i colleghi di tutto il mondo.  Nell’aprile del 2004, Etra era nuovamente in Venezuela. In una giornata afosa visitava con cura un bambino, controllato dalla madre preoccupata. Indossava una camicia col colletto sbottonato per il caldo, e una pesante catenina d’oro si vedeva pendere dal collo. Al polso portava un raffinato orologio che spesso osservava ansiosamente, come stesse facendo tardi ad un appuntamento. Ormai possedeva una notevole esperienza nella cura delle malattie esotiche. Aveva in quel caso buone ragioni per rassicurare la madre. Si trattava di una banale influenza, guaribile in pochi giorni. Spiegò con superficialità alla donna di cosa si trattava che sollevata ringraziò riconoscente, baciò il piccolo e si allontanò osservata dal sorriso forzato ed annoiato del dottore.  Dopo aver dedicato una vita alla medicina e alla ricerca, appariva stanco. Dentro di sé comprendeva che l’unica cosa imparata in questi viaggi, era la lingua venezuelana, della quale non sapeva che farsene. I suoi occhi, sebbene per l’opinione pubblica rimanesse un benefattore, nascondevano un gravoso segreto. Pian piano cominciava a stancarsi per l’inconsistenza delle sue ricerche e il pensiero d’abbandonare quel ruolo si consolidava sempre più tra i suoi pensieri. Cercava qualcosa di cui solo lui sembrava conoscere l’esistenza. Fino a quel momento era stato l’entusiasmo ad aiutarlo a celare tale ambizione, ora, però, la rassegnazione pareva logorarlo, mentre comprendeva che presto avrebbe rischiato di tradirsi: forse ciò che cercava non esisteva. Quanto aveva fatto fino a quel punto gli era servito a consolidare la sua notorietà, era adesso un uomo di successo e poteva in ogni caso ritenersi soddisfatto così. Passandosi una mano tra i capelli, si convinse che stava giungendo il momento di smetterla con quella vita. Era stanco di sopportare miseria e pianti strazianti. Avvilito si mosse per avviarsi alla sua tenda, ma cambiando visuale incontrò lo sguardo di una giovane donna. Stava in piedi sopra un enorme sasso ad una decina di metri da lui. Lo fissava con occhi tristi e impercettibilmente accusatori. Lui rimase folgorato dalla bellezza della donna. Soffermandosi però sulla fisicità di tale incanto, non comprese la tristezza celata negli occhi. Mai dentro di sé aveva provato qualcosa di simile. Mai s’era sentito tanto ammaliato da un tale fascino.  La mulatta dai folti riccioli scuri, con occhi tenebrosi da sembrare neri, labbra carnose e rosse come il fuoco, illuminata dalla calda luce del tramonto che le conferiva una singolare tonalità ramata, sembrava apparsa dal nulla. Non l’aveva mai veduta, e dentro di sé percepì la presenza di un immenso vuoto da sempre ignorato, che lo assaliva con feroce vendetta.  Costantemente aveva percepito la presenza di una figura femminile nella propria vita come una minaccia, un’intrusione compromettente per la carriera. Non aveva mai considerato l’idea di una famiglia, troppo ingombrante per le sue ambizioni. Ora però, di fronte a tale incanto, il ghiaccio accumulato attorno al cuore sembrava sciogliersi e per la prima volta, sentì il bisogno di una compagnia che mai avrebbe pensato di voler desiderare. La donna intanto restava a fissarlo. Lui sentì che non poteva lasciarla andare via. L’istinto lo indusse ad avvicinarsi, ma proprio in quel momento un assistente lo chiamò. Si girò istintivamente solo per avvertirlo di attendere. Tornò quindi a volgersi verso la donna, sentendosi suddito di quell’attrazione che istintivamente considerava fisica ma che, per una ragione ignota, non sapeva valutare come tale. L’unica cosa di cui poteva esser certo era che la desiderava, e già ormai la considerava sua. Era fuggito solo un breve attimo, sufficiente però per consegnargli l’agonia di una disperata afflizione.
Ella, non c’era più.
Furtivamente i suoi occhi cominciarono a cercare, ma ben presto le varie emozioni lasciarono il posto ad un rassegnato sconforto. Dal nulla e nel nulla, così com’era apparsa, era svanita. A quel punto un’unica certezza si consolidò in lui: l’aveva persa. Mentalmente imprecò contro l’assistente che l’aveva privato di quell’unica opportunità e il fatto, lo convinse definitivamente a farla finita con l’inutile ricerca.
Prima di rientrare in Italia restò una settimana, sperando d’imbattersi ancora nell’incantevole visione, sentendo però, con un vivido presagio, che non l’avrebbe mai più rivista.
Il destino in quel periodo sembrava accanirsi contro di lui. Al suo rientro, infatti, una mesta sorpresa lo accolse. L’appartamento da lui occupato vicino all’università presso la quale lavorava, era bruciato in un incendio provocato dall’intrusione di un maldestro rapinatore. L’università aveva provveduto a procurargli una nuova sistemazione, ma lui non pareva aver colto l’importanza del gesto. Nei giorni successivi era caduto in una singolare depressione che nessuno avrebbe saputo dire se dovuta all’incendio o alla perdita della mulatta. Aveva lasciato trascorrere dei mesi prima di ricominciare la sua normale vita. Dedicandosi alla ricerca e all’insegnamento però, sembrava essere tornato l’uomo di sempre. Non era più rientrato in Venezuela, né si era più dedicato ad opere umanitarie. Immerso nel suo lavoro, ben presto, aveva dimenticato anche l’affascinante apparizione caraibica, senza subirne più alcun tormento.
Parte prima

L’uomo dell’altro giorno

                                                              1

Otto anni dopo.
Faceva caldo nel luglio di quell’anno. Veronica aveva atteso la mia uscita per controllare il raccolto, prima di scendere in cantina a scegliere una bottiglia di vino.
Era il nono anniversario, nove anni che vivevamo assieme in quella casa: voleva festeggiare.
Il mio lavoro d’ortolano non ci rendeva ricchi. Per lei però, la serenità ritrovata nell’isolamento della pianura toscana non aveva prezzo. Una simile ricorrenza quindi, valeva bene la pena di un’escursione nella fredda e tetra cantina.
Non le era mai piaciuta la cantina. Umida e poco luminosa, l’aveva sempre messa in ansia. Ogni volta che doveva scenderci si assicurava che io fossi in casa. Si trattava però di una ricorrenza speciale e se avesse chiesto a me di scendere a prendere la bottiglia, avrebbe compromesso l’effetto sorpresa.
Mettendo così da parte le apprensioni, prese coraggio e con cautela cominciò a scendere le scale. Il legno dei gradini, vecchio e instabile, scricchiolava sotto i suoi passi. S’inoltrò nella fioca luce fino a raggiungere la scansia impolverata dove stavano riposte le poche bottiglie della scorta. Non era un’intenditrice di vino e davanti alle bottiglie esitò. Osservò le etichette quasi irriconoscibili per lo strato di polvere che le ricopriva. Dubbiosa, nel tentativo di capire quale fosse la migliore, si rilassò, dimenticando l’ostilità dell’ambiente in cui stava, così, il rumore improvviso che sentì alle spalle la fece sussultare riportandola con prepotenza nella sua ansia. D’istinto girò lo sguardo, soffocando con forza il grido di terrore in un timido gemito strozzato. Sentì l’affanno del cuore pulsarle nel petto e la mano istintiva che vi si alzò sopra pareva volerlo placare. Gli occhi, come impazziti, cercavano di scorgere il movimento di strane ombre. La mente intanto tentava di ricondurla alla ragione, convincendola che non vi era nulla di cui preoccuparsi. “Sei in una cantina”, sussurrava la voce razionale, “rumori e scricchiolii fanno parte della normalità in luoghi simili”. Quello che aveva sentito lei, però, non era un comune suono da cantina. Ciò che aveva udito le era parso più un sospiro piuttosto che uno scricchiolio.
Forse, più per una sfida a se stessa che all’ostilità della cantina, restò nell’attesa. Sperava di sconfiggere le infondate paure, mentre ancora la voce razionale diceva che non poteva esserci nessuno laggiù. Tuttavia la ragionevolezza pareva un obiettivo ancora lontano e, in preda alla suggestione, finalmente vide l’ombra muoversi. Da un angolo, immerso nell’oscurità, qualcosa d’ancora più oscuro le parve animarsi. La paura a quel punto ebbe il sopravvento sulla razionalità. Rapidamente la sua mano afferrò la prima bottiglia che toccò. Con slancio atletico corse alle scale. Le salì con rapidità raggiungendo l’uscita con foga. Chiuse la porta e ansimando vi si poggiò contro, lasciando le ombre della cantina nella muta oscurità.
“…Tra i ricordi che gia si confondono nella mia mente, mi sembra quasi di poter percepire l’ansia da lei provata nella penombra della cantina, giacché, nel rimembrare quanto avveniva in quei giorni, sento ancora in me la stessa inquietudine provata nel medesimo istante mentre con una sensazione oscura provavo il malessere di un presagio che si stava perpetuando non lontano da noi. Non potevo comprendere, o forse non volevo comprendere, ma ciò che stava avvenendo a mia insaputa solo qualche centinaio di chilometri più in là, avrebbe dato il definitivo avvio a ciò che oggi mi appare come un sogno indistinto, qualcosa di così innaturale e irreale che ancora stento a riconoscerlo come verità…”
2

Lo stesso girono all’aeroporto di Milano.
Tra i passeggeri in arrivo da Londra giungeva Stefano Etra. A disagio tra la folla del periodo estivo, attendeva impaziente lo smistamento dei bagagli. Dopo otto anni dall’ultimo viaggio in Venezuela aveva ripreso la sua normale condotta schiva e asociale. L’atteggiamento freddo e indifferente lo distingueva dal resto dei vacanzieri, allegri e malinconici allo stesso tempo. Lui a Londra non c’era stato in visita di piacere.  La carnagione scura lo faceva sembrare uno che si era crogiolato al sole per tutto il tempo del viaggio. Tale particolare però, assieme alla bassa statura, era sempre stato motivo di disagio. Cresciuto in un ambiente ostile, aveva sopportato con angoscia le irrisioni dei compaesani. La condizione familiare poi, non l’aveva aiutato a crearsi una posizione rilevante nella società del piccolo paese veneto dov’era vissuto. Figlio di contadini cattolici propensi al principio del risparmio, influenzato dalle dottrine familiari, non aveva avuto grandi opportunità per farsi notare. La moda emergente durante gli anni adolescenziali era divenuta caratteristica essenziale per il coinvolgimento sociale. Lui però non disponeva dei mezzi per appropriarsene: troppo costosa. In tale ambiente l’imbarazzo dell’escluso aveva influito negativamente sul suo stato psicologico. Le prese in giro degli amici erano divenute percezioni d’insulti e l’esigenza di emergere si era consolidata in lui come la rappresentazione di una vendetta. Inizialmente aveva rivolto la sua attenzione allo sport. Possedeva doti calcistiche notevoli. Presto però, aveva compreso che il talento da solo non sarebbe bastato. D’altri mezzi, ad ogni modo, non disponeva. Ciò nonostante, lo sport lo aveva avviato alla sua futura professione. Gli allenamenti, per i quali era necessario avere nozioni anatomiche e mediche, lo avevano avvicinato all’affascinante mondo della medicina. Insofferente verso la società e reso cinico da questa nei confronti dei suoi simili, nel ruolo di dottore vi si era calato col massimo fervore. Indifferente alle esigenze altrui e convinto che un riscatto gli fosse dovuto da chi l’aveva coinvolto in quell’austera esistenza, aveva sfruttato la disponibile generosità del padre che con grandi sacrifici, aveva pagato i suoi studi universitari. Per il genitore era stato un grande orgoglio vedere il figlio laureato e nella propria ingenuità, mai aveva capito l’astio che questi provava pure verso di lui.   Etra aveva cumulato tanta rabbia che tutti, ai suoi occhi, apparivano come forme inferiori. Elementi da sfruttare o manipolare, che mai più avrebbero potuto disprezzarlo. Le condizioni adesso si erano invertite. Diventato uno dei più noti ed illustri ricercatori aveva ricevuto la definitiva notorietà quando agli inizi del terzo millennio risolse un’intricata vicenda. Egli identificò e isolò in poche settimane l’origine di un virus letale, considerato a livelli mediatici fatale per l’umanità. L’integrità del nobile gesto però, era stata messa in discussione da un giovane ricercatore. Questi, coinvolgendolo in uno scandalo sanitario, ne aveva minacciato le virtù. Egli riteneva che fossero state attuate procedure irregolari nel caso specifico e che Etra non avesse avuto meriti nella scoperta del virus. L’inchiesta aperta dalle procure però, l’aveva scagionato da responsabilità e dubbi, consegnandolo alle cronache e alla conseguente fama. L’impegno in Venezuela poi l’aveva insignito del simbolo d’affidabilità e altruismo, consacrandogli la definitiva gloria. Ora la sua vendetta era perfetta: osannato e apprezzato dagli stessi individui che lui disprezzava e odiava.   Adesso, distaccato e nervoso tra la folla che lo disturbava, osservava disgustato le varie coppie di ritorno dal viaggio di nozze. Disprezzava le smancerie dei fidanzati, certo che di lì a pochi anni la maggior parte di quelle coppie non sarebbero più state tali. Irritato da tanta ipocrisia, si domandava come aveva potuto molti anni prima desiderare d’essere come loro. Addirittura, osservandoli, gli riusciva difficile accettare che il suo lavoro andasse loro beneficio. Persone ignare ed irriconoscenti, che sicuramente anche in quel momento si permettevano di giudicarlo. Studiò come virus tutti quei sorrisi malati d’oscurantismo. Maschere che il giorno seguente sarebbero state dimenticate nella consueta e volgare quotidianità, la stessa che li avrebbe resi: i soliti ignoti.  Beffardo e maligno apparve il sorriso sul suo volto. A lui tutto ciò non sarebbe successo. In quel momento la soddisfazione più grande era vedere il bagaglio arrivare, questo lo rendeva consapevole che stava per sfuggire alla folla irritante. Si spostò in avanti per prendere la valigia, quando un ragazzino sfuggito all’attenzione della madre maldestramente gli andò a sbattere contro. Lo fissò con ostilità tale, che il piccolo ne ebbe terrore. Subito la madre lo riprese e anch’essa timorosa si scusò con l’uomo dal perfido sguardo. L’espressione di Etra mutò in una smorfia che voleva nascondere l’ostilità provata. Probabilmente immaginò d’esservi riuscito, non si accorse, infatti, di come la donna continuasse a fissarlo impaurita mentre si avviava all’uscita. Al suo seguito un collega dall’ammirazione venale lo accompagnava. Etra sbuffò “non sopporto tutto questo caos”. Il collega sorrise per compiacimento. “Tutto ha un prezzo” ironizzò maldestramente. Etra non si fermò “è assurdo. Spesso mi domando perché ci affanniamo tanto per migliorare la vita di questi ipocriti”.
“Lo facciamo perché siamo professionisti, nel nome della scienza”. Etra guardò l’adulante ruffiano “balle” sbottò poi “lo facciamo per noi stessi e per i soldi”. L’altro si sentì spiazzato e non sapendo come rispondere si limitò a ridere. Temendo d’imbattersi in una discussione infruttuosa allungò il passo “le chiamo un tassì”. Etra era troppo intelligente per non accorgersi degli interessi celati nelle attenzioni del collega, ma lo lasciò fare, levandosi così il disturbo di fastidiosi particolari. Pensò di ringraziarlo, tanto per mantenersi i piccoli privilegi, ma una stretta al braccio lo distrasse dall’intento.  Sentì la mano stringere il polso. L’ansia di un’aggressione gli inviò un brivido. D’istinto abbassò gli occhi e osservò la mano vecchia e raggrinzita che lo tratteneva. Gli occhi seguirono un percorso preciso salendo lungo il braccio fino al viso dell’aggressore. Allora lo stupore fu totale. Il viso che lo scrutava apparteneva ad un vecchio e mal ridotto venditore di giornali. Stava curvo sulla schiena, al punto da sembrare quasi in ginocchio, prostrato davanti al luminare. Etra si rilassò, quasi divertito dall’inchino forzato.  “Un giornale professore?” domandò il vecchio porgendo una copia. Un attimo di smarrimento lo rapì. Gli sembrò strano sentirsi riconoscere da un tizio che, probabilmente, non possedeva nemmeno un televisore. Poi, una sensazione di repulsione lo colse osservando la cute dell’anziano, affetta da un progressivo avanzamento di melanoma. “Dovrebbe fare qualcosa per quelle macchie” consigliò al venditore, cercando di liberarsi dalla presa. Il vecchio, con i pochi denti restanti, sorrise “lo farò, quando avrò guadagnato abbastanza”. Etra strattonò con forza, respingendo l’invito celato nella frase ad acquistare il giornale. Si avviò quindi frettolosamente. Percepiva un disagio insolito, ma sembrava consapevole che fosse proprio l’inutile omuncolo a causarlo.   “Stanno arrivando”. Quello del vecchio fu quasi un sussurro, ma nonostante fosse gia lontano, Etra, riuscì a sentirlo. Si fermò in preda a vertigini e stordito si voltò a fissare l’anziano. Il disagio aumentò. Qualcosa d’inconsueto si celava nello sguardo dell’uomo semiaccecato da una cateratta che gli oscurava un occhio. Fissandolo, un tormento insidioso lo istigò. L’ombra di una iniquità dimenticata gli si presentò sotto forma di reale minaccia. Lentamente tornò verso l’uomo, osservandolo come fosse un fantasma, un loa dei riti voodoo. Forse quello del passato, che tornava a reclamare un riscatto dovuto.  “Come?” domandò con un rantolo di voce. Il vecchio lo fissò con l’occhio buono. Attese, quasi a voler lasciare al professore il tempo di capire di quale fantasma si trattava.  “Loro sono tra noi” disse poi, sbattendogli in fretta un giornale tra le mani. Etra chiuse d’istinto la mano, e il quotidiano ne restò imprigionato. L’ira lo colse nel comprendere il raggiro dell’anziano. Tuttavia, la consapevolezza che era solo il desiderio di vendergli un giornale ad aver fatto agire così il vecchio, e non qualcos’altro, lo indusse alla magnanimità. Infilò una mano in tasca per cercare delle monete. Non gli interessava il giornale, ma non voleva avere complicazioni con quell’uomo. Sapeva che il denaro poteva risolvere ogni cosa. Nelle tasche però non aveva spiccioli. Infilò allora una mano nella giacca estiva ed estrasse il portafogli: “Quanto le devo?” domandò irritato. Quando abbassò lo sguardo però, il vecchio era sparito. Non c’era più. Rapidamente osservò i dintorni. “Dannati ambulanti” imprecò, pensando al tempo che gli stava facendo perdere. Si mosse in avanti per cercarlo, ma in quel momento il collega lo chiamò. Lo attendeva dall’altro lato della strada vicino ad un taxi. Etra esitò. Cercò ancora con ansia l’anziano. Guardò il giornale tra le sue mani “dannato vecchio” imprecò ancora. Si sentì poi chiamare di nuovo dal collega. Allora si persuase a rinunciare “va all’inferno” maledì nuovamente l’anziano. Raggiungendo il taxi, però, non rinunciò a scrutare tra la folla. L’irrisorio debito gli appariva come un tormento non meritato, e i suoi occhi tradivano preoccupazione.
“Tutto bene?” domandò il collega.
“Si, ma sono molto stanco” sorvolò sulla faccenda.
“Capisco. Cerchi di riposare in queste ore” consigliò l’altro.
“Lo farò. Domattina però partiamo presto. Voglio andarmene da questo caos”.
“Non si preoccupi, penserò io a tutto”. L’autista caricò il bagaglio e salì al posto di guida. Etra indicò la destinazione e il taxi partì. Tra il caos della città perfino l’abitacolo di un taxi sembrava un paradiso. Etra chiuse gli occhi. Le ultime ore erano state così stressanti, che in quel momento il traffico gli sembrava come la calma dopo la tempesta. Fu addirittura sul punto di rilassarsi finché le dita iniziarono, con un movimento involontario, a strofinare la carta del giornale. Dimentico d’ogni preoccupazione, osservò l’inatteso dono. Non era sua abitudine leggere i giornali, ma non aveva altro da fare e, per ingannare l’attesa, iniziò a sfogliarlo. Era una testata regionale. Trattava in generale politica estera e nazionale, informazioni finanziarie e cronache regionali: nulla per cui avesse interesse. Continuò a sfogliare, limitandosi a sbirciare titoli e sottotitoli. Non si soffermò sugli articoli nello specifico, fino a quando l’attenzione non cadde su un trafiletto apparentemente insignificante; un riquadro posto in basso, sembrava solo servire a riempire la pagina.  Perfino il titolo di tale articolo non era particolarmente rilevato. Una semplice dicitura più marcata citava: “Strana epidemia in una regione dell’america meridionale”. Nella maggior parte dei lettori tale notizia sarebbe passata inosservata. Al contrario il professore, che era sorvolato su cose apparentemente più importanti, manifestò particolare interesse e preoccupazione. L’insignificante articolo sicuramente non riusciva a spiegare nulla di ciò che accadeva. Semplicemente si limitava a spiegare che, in una modesta regione del continente, da oltre diciotto mesi non si registravano nascite, né si segnalavano gravidanze: sembrava che la popolazione fosse divenuta improvvisamente sterile. Dell’inquietante evento, era accusato l’inquinamento idrico provocato da un guasto ai depuratori di una vicina industria chimica. Lo stesso disagio provato poco prima nei confronti del vecchio venditore di giornali, tornò a tormentarlo. Mentre fissava incredulo il trafiletto, pensava all’assurda giustificazione divulgata dalle autorità competenti. Era alquanto improbabile costruire una fabbrica tanto moderna in una regione come quella. Definirla modesta corrispondeva a classificarla povera e priva di risorse. Chiuse gli occhi e cercò di dimenticare, ma un’illusione si proiettò nell’oscurità come l’irrealtà di un film. L’immagine di un villaggio sud americano gli si manifestò con tale tangibilità, che egli si rivide in luoghi ben descritti dalla memoria. Vide gli abitanti del villaggio osservarlo con espressioni assorte, smarrite, vacue. Tutti però portavano dentro il segno di un rancore e in tale perdizione sembravano accusare verso il mondo moderno che li aveva abbandonati. In particolare, siffatta accusa sembrava rivolta a lui. Quegli uomini, apparivano vecchi nella sua immaginazione, e tutti con sguardo accecato dalle cateratte e pelle segnata dal melanoma.   Il taxi si fermò davanti all’hotel Corona. L’usciere si affrettò a raggiungere l’ospite “benvenuto” lo accolse ossequioso, e il professore si accorse d’essere arrivato solo sentendo la sua voce. Uscì dall’auto senza rispondere al saluto. L’usciere non intuì quanto era sconvolto, prese il bagaglio e lo invitò a seguirlo. Etra si voltò, ricordandosi confuso che doveva pagare la corsa. Domandò all’autista quanto gli doveva.
“Sono quindici euro” confermò questi consultando il tassametro. Aprì il portafogli e ne tirò fuori un biglietto da cento. L’autista fece una smorfia di disappunto. Prese la banconota e mentalmente imprecò contro quei ricconi che osavano pagare tutto con biglietti di taglio elevato.  “Tenga il resto”. Il tassista osservò con sorpresa il riccone, incredulo di una tale generosità. Lo stupore non gli permise di cogliere la depressione del suo sguardo “grazie” balbettò sentendosi addirittura in colpa per quanto aveva pensato poco prima. Etra però si era già voltato e neppure aveva udito quel ringraziamento. Allora l’autista lo chiamò. In altre circostanze il professore avrebbe reagito con cattiveria, ma stavolta si voltò con calma eccessiva. I suoi occhi erano gia colmi di un vuoto che per tanti anni sembrava rimasto nell’attesa d’essere scoperto. Il tassista si sporgeva dal finestrino stringendo in mano un giornale “lo stava dimenticando” sorrideva compiaciuto, pensando di riuscire a dimostrare gratitudine con quel gesto. Etra si avvicinò, sul viso apparve un sorriso futile. Prese il giornale facendo credere di aver apprezzato il gesto. Senza aggiunger altro raggiunse l’entrata.   Dietro la reception il vicedirettore lo salutò. Impresse nel suo sorriso la stima e l’entusiasmo che si concede ad un fedele e, soprattutto, ricco cliente “le abbiamo riservato la solita suite” porse la chiave con disinvoltura “vada pure, provvederemo noi al bagaglio”. Etra non diede rilievo alle adulazioni. Con passo lento raggiunse l’ascensore e si lasciò accompagnare all’ultimo piano. Occupò la lussuosa suite e, senz’altri interessi, si abbandonò su una poltrona. Meditò, ma nella mente regnava il vuoto. I minuti parvero farsi secoli e lo spazio delimitato dalle pareti sembrò infinito. Attese nel silenzio, vagando nel vuoto della sua mente, poi, con quella che sembrava disperazione, si coprì il viso con le mani.

3

  “…Questi eventi, per i quali avevo potuto solo avere un oscuro presagio, avrebbero condotto soltanto due giorni più tardi un’auto diplomatica nera con targa straniera a percorrere le strade delle colline toscane. A bordo, nel climatizzato abitacolo, c’erano due persone. Al volante un uomo con capelli corti e neri, sotto lenti scure celava iridi azzurre e fredde come il ghiaccio, mentre sottili labbra sul volto allungato accentuavano la spigolosità dei suoi lineamenti. Al suo fianco sedeva una donna giovane, con capelli ramati e occhi verdi. La carnagione chiara contrastava col rosso accentuato delle labbra. Entrambi vestivano con l’eleganza tipica di chi sembrava portare una divisa. L’uomo in blu, la donna in chiaro…”
Io non ero molto lontano. Contemplavo con orgoglio, come tutti i giorni, i frutti del mio orto. Faceva caldo, ma per un mistero che mi coglieva periodicamente, sentivo le mani gelate. Dietro le persiane semichiuse, Veronica mi stava osservando. Lo faceva sempre. Come a volersi rassicurare che nell’umiltà del mio lavoro, non provassi rancori o fastidi. Avevo notato un velo di tristezza nei suoi occhi quella mattina, una specie di turbamento che da molto tempo non le vedevo. Sembrava che un vago tormento d’emozioni provenienti da un passato troppo vicino, si fosse risvegliato in lei. Temevo, con apprensione, che in qualche modo si sentisse responsabile della mia condizione. Entrambi sapevamo che né l’uno né l’altra lo eravamo. Tuttavia pareva che in noi vivesse quel senso di colpa, per il quale ambedue ci sentivamo prigionieri di un paradosso che solo il destino ci aveva fabbricato intorno. Forse per questo lei mi osservava tutti i giorni di nascosto, e probabilmente per lo stesso motivo, io provavo quei misteriosi periodi di congelamento alle mani.   La macchina nera con finestrini oscurati si fermò davanti al cancello della proprietà. Osservai le distinte persone scendere: l’uomo alto e magro vestito di blu, e la donna con gonna e giacca chiara. Immaginai il disagio provato nel passare dal comfort dell’abitacolo climatizzato all’insopportabile calura di quel giorno. I due si guardarono tra loro come in un consulto telepatico. Poi guardarono verso di me, l’uomo attraverso le lenti scure degli occhiali, la donna facendosi schermo con la mano sulla fronte. Non sembravano molto convinti mentre oltrepassavano il cancello per avvicinarsi. Dietro le persiane Veronica tremò, come se un alito di vento gelido l’avesse investita.
“Dottor Diamantino?”
Pensavo che sarei rimasto indifferente il giorno che fosse avvenuto, invece, nel momento in cui mi sentii classificare col termine “dottore”, il panico mi travolse. Sentii una fitta attraversarmi la testa con lo strazio di un tormento complessivo, che sembrava l’urlo di milioni di persone. Un grido di condanna contro di me. Voltai le spalle ai due stranieri e ignorandoli ripresi il mio lavoro.
“Dottor Nicolas Diamantino?” specificò allora con più decisione l’uomo.
“Non esercito più tale professione” risposi con severità, sperando forse d’intimorirlo.
“Lei è il dottor Nicolas Diamantino?” insisté.
Interruppi il lavoro e con molta lentezza mi voltai. Dovette comprendere lo sforzo che mi costava, perché mi fissò come se si trovasse di fronte ad un malato terminale. Lo fissai senza fare a meno di domandarmi come poteva non sudare in quell’abito “chi lo vuole sapere?” perfino la voce tradiva il mio nervosismo. Gli vidi infilare una mano all’interno della giacca e tirar fuori un tesserino.
“Agente federale Giacomo Delduca”.
“Federale?”
“Stati uniti” precisò la donna al suo fianco.
Guardai il suo viso, dove un lieve trucco sembrava sufficiente a mascherare quell’aggressività che se avesse osato un po’ di più, l’avrebbe reso accattivante. Non mi preoccupai del mio abbigliamento trasandato. Nemmeno mi ricordavo in quel momento d’indossare una canottiera sudata e impolverata. Era qualcos’altro a mettermi a disagio “parlate bene l’italiano” non so perché dissi una banalità simile, forse volevo semplicemente verificare, o forse volevo mostrarmi disinvolto. La donna allungò una mano “Monica Porporini. Siamo entrambi italoamericani” spiegò. Guardai la mano tesa ma per un gesto di repulsione, più nei miei confronti piuttosto che nei suoi, rifiutai di stringerla. L’uomo non dovette apprezzare la mia scortesia. Il suo sguardo poco prima compassionevole, s’irrigidì.
“Lei è stato coinvolto in uno scandalo sanitario qualche anno fa. Giusto?” cominciò l’interrogatorio con aggressività.
Finsi stupore “non sarete venuti fin qui dall’America per quella vecchia storia, spero”.
“Sono successe cose poco chiare. Il nostro governo vuole fare luce su alcuni sviluppi recenti”. Non riuscivo a collegare il fatto circoscritto al nostro paese, con il governo americano. Sorrisi, cercando ancora di mascherare l’ansia che m’assaliva sempre più “e io che pensavo vi foste smarriti”. Delduca non si scompose, mostrando la sua immunità all’ironia “conosceva il professor Stefano Etra?” La mia voglia d’ironizzare svanì all’istante. “Si” risposi dopo una breve esitazione.
“Certo che lo conosceva” confermò l’agente “era coinvolto con lei nel famoso scandalo, vero?”
Ora l’arroganza dell’agente m’irritava “no” risposi, probabilmente per oppormi alla sua manifesta sicurezza, più che per sincerità.
“Io causai lo scandalo. Lui lo risolse” chiarii subito dopo.
“Quindi ammette di averlo conosciuto” la mia resistenza sembrava non averlo minimamente interessato.
“Sono stato un suo assistente” minimizzai, tentando di prendere il controllo della situazione, volevo dominare la conversazione, ma non riuscivo ad oppormi, l’agente appariva troppo preparato. Io, invece, rifiutando il pensiero che un giorno questa storia sarebbe tornata a perseguitarmi, ero completamente indifeso.
“Non lo vedo più da molti anni ormai. Ad ogni modo per me quella è una questione passata. Se dovete chiarire qualcosa dovrete rivolgervi direttamente a lui” l’ansia cominciava a rendere il mio respiro affannoso. Sentii il gelo delle mani intensificarsi e le dita tremare in preda al nervosismo. Dovevo troncare l’interrogatorio, perché non sapevo quanto sarei resistito. Intorno a me c’era il calore e la luce di un soleggiato luglio, ma io sentivo il freddo e l’oscurità di un lontano inverno.
“Sì, lo avremmo fatto. Non fosse per il fatto che è morto”.
Mi comunicò la notizia con una disinvoltura tale che il vuoto intorno a me si fece completo. Probabilmente dovetti cominciare ad accusare un senso di vertigine che mi fece barcollare. Vidi la donna osservarmi preoccupata, ma era quel Delduca ad inquietarmi. Pareva riuscisse a penetrarmi la mente, e sicuramente non mancò di notare il mio turbamento.
“Quando?” domandai, probabilmente più per diversivo che altro. Nemmeno valutavo il come e il perché, ma sentendo le mani farsi ancora più gelide, percepii come un segno che preannunciava eventi avversi.
“Due giorni fa, in una camera dell’hotel Corona a Milano”.
Non riuscivo a capacitarmi. Non era un uomo che apprezzavo. Non più almeno. Avevo avuto molta stima di lui, ma gli eventi si sviluppano nel tempo con aspettative imprevedibili.
“Non era vecchio” dissi, come se fossimo passati da un interrogatorio ad una conversazione tra amici di paese. Io avevo poco più di quarant’anni, Etra quindi doveva averne una cinquantina, forse poco più.
“Che cosa gli è successo?” commentai ancora ignaro, mostrandomi sgomento.
“Suicidio”. Lo disse con una freddezza tale che quasi cominciai a dubitare che quell’agente fosse un uomo. Tanto bastò però a ricordarmi che non stavo davanti ad amici. Le notizie insospettate in ogni caso, si succedevano con una rapidità tale, che non riuscivo a contenerle. “Suicidio?” l’informazione mi giunse così repentina e fredda che per lo sbigottimento quasi gridai “ma non può essere”. Ricordavo Etra come uno spavaldo presuntuoso, sicuro e pieno di sé, al punto da diventare arrogante e antipatico. Era un uomo ambizioso, con dei progetti ben precisi. Puntava al successo e alla notorietà con una bramosia tale da far credere che la sua fosse un’esigenza astiosa piuttosto che morale. Non potevo credere che avesse potuto compiere un gesto simile, adesso che si trovava all’apice della notorietà tanto desiderata. La donna si avvicinò “si sente bene?”
La guardai smarrito “si sto bene”. Non era vero. Sentivo che stava per succedere dell’altro e sicuramente, non ne ero contento.
“Sembra sconvolto” disse Delduca “eppure sembrerebbe che non avesse molta stima per questo Etra”.
“Al contrario” risposi con impulsività simile che per un momento pensai d’aver ritrovato il mio equilibrio. Delduca parve studiarmi.
“Personalmente non avevo particolari motivi per stimarlo. Tuttavia era un grande scienziato, è sicuramente una grave perdita per il mondo scientifico” lo dissi convinto, ma non mi sembrò che Delduca ne fosse persuaso.  “Perché ritiene che non possa essersi suicidato?” domandò allora la donna.
La guardai. Non so perché, ma il suo viso aveva la capacità di calmarmi. Era una bella donna, ma sicuramente non era quello il motivo “Etra era troppo succube di sé, non è da lui un gesto simile”.
“La psiche umana è imprevedibile” tornò a farsi sotto Delduca. Guardai anche lui. Al contrario quell’uomo mi metteva fortemente a disagio. Non risposi. Lui non sembrò preoccuparsene “tutti ci portiamo dentro qualche segreto scomodo. Chissà, forse un vecchio tormento può sgretolare una forte autostima” c’era un’evidente insinuazione nelle sue parole.
Sorrisi e mi limitai a scuotere il capo. Cominciavo a ristabilirmi perché comprendevo che le loro insinuazioni non potevano collegarmi in alcun modo alla vicenda di Etra. Forse loro sospettavano un complotto, o semplicemente, ero io ad immaginarlo. Ancora non sapevo quanto sbagliavo.
“Nella mano stringeva questo foglio” la donna mi porse un pezzo di carta “sul tavolo c’era un giornale. All’interno era evidenziato con un pennarello rosso un piccolo articolo” mi passò anche il giornale. Osservai il foglio e riconobbi la calligrafia del professore: “Loro sono tra noi” stava scritto. Il senso di vertigine tornò ad invadermi, mentre la nausea m’assalì ancor prima di scoprire l’articolo sul giornale.
“Qualcosa comincia a turbarla signor Diamantino?” Delduca sembrava volermi istigare come un bambino mentre leggevo l’articolo.
Lo fissai con rabbia “perché non ci prova lei” lo sfidai con arroganza. L’agente non sembrò impressionarsi. Sicuramente comprendeva la falsità della mia sicurezza.
“Noi pensiamo che Etra sia stato colto da rimorso, e per qualche oscura ragione, l’unica situazione che ci può far pensare a ciò, si riconduce allo scandalo sanitario. Se lo ricorda? Quello che ha coinvolto anche lei”.
Trovavo assai inopportuna la sua ironia “mi state accusando di qualcosa?”
“Rifletta signor Diamantino” sembrò spazientirsi “se il professore è stato colto dal rimorso, è probabile che non avesse tutte le ragioni. Pensiamo che vi sia un legame tra lo scandalo, l’epidemia di questo articolo e il suicidio del professore. A questo punto entra in campo lei. Nonostante tutto resta l’unico legame”.
Scossi nuovamente il capo “non posso esservi d’alcun aiuto. Ho abbandonato la scienza da molti anni. Non ho avuto più nessun contatto né con Etra né con alcun altro. Tutto quello che riguarda quella storia è registrata negli archivi della magistratura, consultateli” pensavo di aver congelato la discussione, ma quel Delduca era insistente. Terribilmente insistente.
“Che cosa può dirmi su Gabriel Capovecchio?”
Continuavo a sentire il gelo nelle mani, ma a quel nome, cominciarono a sudare freddo. Lo fissai e ancora una volta intuii dal modo in cui mi guardava, che non riuscivo a nascondere le mie emozioni. Era terrore quello che provavo in quel momento “non molto” dissi. Cercai di allontanarmi, consapevole che non potevano trattenermi.  “Li abbiamo consultati quei dossier”.
Non ero lontano, avevo fatto appena due passi, ma Delduca gridò come se fossi stato a cento metri da lui. Era indiscutibile ciò che voleva evidenziare. Mi fermai, non perché volessi ascoltare, ma per un istinto che non ritenevo mio e che mi obbligava a restare.
“Appare spesso questo nome” proseguì allora l’agente “che ruolo aveva nella vicenda, e soprattutto: dov’è adesso?”
Lentamente tornai sui miei passi, pochi a dire il vero “era un paziente, ed è morto” informai.
“Lei ha visto il cadavere?”
L’ostinazione di quell’uomo m’irritava sempre più “non ne ho bisogno” risposi aggressivamente.
“Secondo i dati risulta come persona scomparsa” Monica Porporini sembrò intromettersi per non compromettere la condizione che doveva indurla a credere che io volessi collaborare.
Questa volta però nemmeno il suo intervento riuscì a calmarmi “non fa alcuna differenza. Anche se fosse, non riuscireste mai a trovarlo”.
Il silenzio che seguì non mi faceva presupporre a nulla di buono.
“Io penso che lei stia mentendo” accusò Delduca.
Non risposi.
“Potrebbe essere l’occasione di dimostrare la sua innocenza” disse allora la donna “potrebbe riacquistare la sua dignità e riprendere ad esercitare”.
Abbassai gli occhi in segno di sconfitta “ho perso ogni cosa in quella vicenda. Mi ci sono voluti anni per ritrovare un minimo di serenità”. Mi voltai a guardare la casa in lontananza. Sapevo che Veronica ci stava osservando. Istintivamente anche gli agenti osservarono la casa e fui certo che compresero quanto pensavo e, per un motivo che mi era difficile da intendere, ero certo anche che percepissero il suo sguardo su loro, come se sapessero di lei.
“Non voglio perdere anche lei adesso”.
Speravo nella comprensione dei due, ma sorprendentemente fu la donna a stupirmi.
“Capovecchio dunque la spaventa a tal punto?”
La guardai con la rabbia di chi sente l’impossibilità di farsi comprendere. Non sapevano niente di me, né di Capovecchio, ma sembravano pretendere di poter giudicare. Improvvisamente sentii cedere la volontà di provare a spiegare. La rassegnazione mi vinse, comprendendo che mai sarei riuscito a farlo. Delduca scrutò attentamente il mio silenzio. Forse intuì la voglia che avevo di sfogarmi, ma sicuramente percepì anche la rassegnazione “potremmo dichiarare lo stato d’emergenza, e allora sarebbe costretto a collaborare”.
La sua non sembrava una minaccia, ma io lo guardai come se lo fosse “allora fate dichiarare l’emergenza” reagii annullando ogni forma di comprensione nei miei riguardi. L’agente non replicò. La donna invece prese un biglietto da visita “alloggeremo qui per questa notte” mi porse il biglietto. C’era l’intestazione di un hotel con tanto di numero telefonico “se dovesse cambiare idea…”
Attese, come a volersi accertare che non avessi altro da dire.
“Nessuno può aiutarvi” si stupì, probabilmente perché pensava che non avrei aggiunto altro.
“Nemmeno Capovecchio?”
Li fissai entrambi “Capovecchio è morto, e questo è tutto ciò che posso dirvi”.
Delduca scosse il capo con sguardo accusatorio, poi girò su se stesso e si allontanò. La donna attese qualche istante, poi seguì il collega. Io li osservai andarsene con apparente calma, ma percepivo la loro irritazione e immaginai le invettive che certamente l’agente maschio doveva indirizzare nei miei riguardi.
“Stupido arrogante”. Mi sembrò quasi di sentirlo imprecare una volta chiuso nell’abitacolo.
“Concediamogli del tempo”. Dovette rispondere la Porporini.
Restai fermo ad osservare la macchina allontanarsi nella polvere, finché non scomparve dalla mia vista. Anche Veronica la guardò allontanarsi di nascosto. In un attimo tutto era sfumato. La serenità, l’armonia, la pace, tutto svanito. Il luminoso sorriso s’era dissolto dal suo viso e la mestizia delle lacrime che le rigavano le guance, lo sapevo, non l’avrebbe mai più abbandonata. Ora i suoi occhi azzurri esprimevano paura.
La nostra proprietà era dominata da una grande quercia, rimasi seduto sotto la sua ombra tutto il giorno, quasi a voler attendere un consiglio da ella. Improvvisamente mi sentii inutile. Percepivo i fantasmi di un passato ostile circondarmi. Sembravano aver rispettato con puntualità un appuntamento che io stesso dovevo aver dato loro, e ora gridavano: gridavano contro di me, protestando contro l’immeritata serenità.
Il sole era gia calato quando rientrai. Avevo trascorso l’intera giornata nel tormento, ma sapevo che quello vero doveva ancora venire. Sulla tavola la cena si era freddata. C’era un solo piatto, ma Veronica non doveva aver mangiato. Se ne stava seduta in un angolo e non nascondeva la propria ansia.
“Non ho appetito” dissi cercando di sviare.
“E’ tornato vero?” la sua voce tremava. La guardai, incapace di risponderle.
“E’ Gabriel vero? È tornato”.
“Gabriel è morto, non ci può più tormentare ormai” non riuscivo a convincere nemmeno me stesso. Seppure sapessi con certezza della sua morte, non credevo all’impossibilità dei tormenti.
“Allora chi erano quelle persone? Cosa volevano?”
“Informazioni. Si erano persi” cercai di allontanarmi.  “Non farlo Nicolas”.
Mi voltai di nuovo e la guardai con angoscia.
“Non mentirmi” scosse lievemente il capo, come se non avesse nemmeno la forza di farlo.
Non potevo resistere alla supplica “Etra si è impiccato due giorni fa” vidi l’angoscia farsi orrore. Forse non era necessario che continuassi, ma lo feci “si è ucciso dopo aver appreso di un’epidemia scoppiata nel Sud America. Sono risaliti a me con facilità, ma è Gabriel quello che vogliono. Noi non dobbiamo temere nulla” non so perché continuavo a cercare di tranquillizzarla. Lei sapeva meglio di me quanto sarebbe stato impossibile evitare il coinvolgimento nel quale gia eravamo immersi. Riuscì solo a gemere. Perfino il pianto parve impossibile “è come aveva previsto dunque?”
Speravo che non l’avrebbe chiesto “io non posso fare nulla” dimostrai ostilità e lei la colse in tutta la sua totalità. Distolse gli occhi da me e il suo sguardo si perse nel vuoto “non ci libereremo mai di lui”. Non risposi. Semplicemente mi sentivo impotente. Me ne andai, sapendo che non potevo competere contro i fantasmi.

4

Mi svegliai di soprassalto, avevo il respiro affannoso e la pelle madida di sudore. Era notte fonda. Non so che tipo d’incubo mi avesse assalito, ma nella mente sentivo ancora urlare migliaia di persone. Erano lamenti straziati, angosciati, terribili per l’accusa che vi coglievo dentro. Vacue immagini restavano a rammentarmi quel poco che riuscivo a ricordare. Era come se fossi stato a teatro. Degli attori recitavano in uno scenario apocalittico. L’atto finale terminava con quelle urla, ma erano gli occhi degli interpreti ad essere ancora presenti nella memoria che, terrorizzati, mi fissavano con sguardo accusatorio.  Veronica si svegliò, spaventata dal mio balzo. Non faticò ad immaginare che fossi vittima di un incubo “che cosa succede?” mi domandò sgomenta. Non era necessario rivelarlo, mi limitai a fissarla. L’ansia dei miei occhi si rispecchiava nei suoi “ho paura” dissi soltanto.

Mi ero alzato, mentre lei consapevole dei tormenti che mi assalivano rinunciava a seguirmi. Tra passi nervosi e pensieri stressanti che facevano restare tra le mie mani ciocche di capelli ogni volta che li frizionavo, mi ritrovai tra le dita il biglietto consegnatomi dalla donna.  Erano le tre del mattino quando feci squillare il telefono nella stanza dell’hotel. Nella mente mi si formò una visione immaginaria che per lo stesso motivo oscuro gia provato in altre occasioni consideravo reale, e visualizzai Giacomo Delduca seduto nell’oscurità su una poltrona. Sembrava nell’attesa.
Sentii il ricevitore alzarsi al secondo squillo…

 

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