le creature d’argilla

 

LE CREATURE D’ARGILLA

 scrissi questo testo in occasione di una mostra pittorica. Il racconto è la traslitterazione di un sogno.

Chi sogna?
Venite, avvicinatevi, vi voglio raccontare di un sogno che ho fatto.
C’era l’ombra intorno a me, e tutto era oscuro.
Avevo una strana percezione, quella che si vive nei sogni: la percezione d’essere solido.
Potevo sentire le cose. Avevo piedi che toccavano un suolo umido, e mani che afferravano pietre ruvide. Percepivo gli odori del mondo e gli occhi osservavano colori mai visti, eppure c’era l’ombra, e tutto era oscuro.
Ho iniziato a camminare muovendo i piedi su quel suolo umido… era freddo quel terreno, opaco, fangoso, sembrava terra bagnata di pioggia. Non so dirvi se fosse piacevole o inquietante, ma i piedi affondavano nel fango e ogni volta riemergevano più carichi di quel colore marrone, ibrido tra il bianco e il nero, incapace di scegliere se essere istinto o volontà.
Era oscuro il mio sogno…
Era oscuro il mondo del mio sogno…
Eppure, come un sogno… affascinante.
C’erano movimenti nell’ombra, di creature che strisciavano, verdi come l’erba…
E c’erano occhi in quell’ombra… occhi rossi che abitavano nel sogno e che osservavano con sospetto.
Ho camminato nel fango, tra le verdi creature e i rossi occhi, ed essi mi accompagnavano, o mi seguivano, o forse, mi guidavano.
Ho incontrato alberi spogli che sembravano riposare, ma che come amici s’inchinavano al mio passaggio, sembravano salutarmi… poi ho visto le foglie crescere sui rami e, improvviso, il verde non strisciava più ma si elevava verso il cielo… ed era un cielo ombroso, con nuvole grigie, ma di un grigio profondo, luminescente… e allora vidi che era la luna, tinta d’argento, a dare alle nuvole il colore di perla, e le gocce di pioggia che lente iniziarono a cadere dal cielo, sembravano piccoli specchi che riflettevano la luce lunare.
E intanto continuavo a camminare, mentre le verdi creature, lavate dalla pioggia d’argento, si fermavano e restavano indietro, e tutti gli occhi rossi, parevano unirsi e divenire un unico grande iride che, coinvolto dall’argenteo bagliore lunare, da rosso diveniva viola… e poi, ecco che il grande occhio, rubando il ruolo alla luna, di nuovo mutava colore alle nuvole tramutandole in grandi cumuli blu che sembravano danzare.
E mentre continuavo a camminare, sentivo il freddo fondersi al caldo e intorno a me un movimento avvolgente che forse, era vento. La pioggia, non più fatta di specchi ma di pungenti spilli che s’infrangevano contro la mia solidità, costruiva torrenti, laghi e fiumi e nel mio camminare affondavo ora i piedi nell’acqua che scioglieva via quel colore ibrido e la terra restava indietro.
C’erano nuovi suoni nell’aria. Come un’orchestra, la pioggia vibrava come le corde pizzicate di un’arpa, il vento zufolava come il suono placido di un flauto indiano e gli alberi mormoravano come un coro di voci adoranti… poi, il tuono percosse l’armonia col frastuono di un gong tibetano, il vento, come svegliato dal forte richiamo soffiò nelle trombe e il suo urlo si fece potente, gli alberi si inchinarono al suo appello e colpendo la terra intonarono ritmi di precise percussioni, la pioggia, esaltata dal ritmo trascendente arpeggiò un ultimo accordo prima di farsi violenta pianoforte, perfino la roccia fu colta dalla frenesia e spezzandosi al ritmo della grande orchestra, iniziò la sua danza rotolante. Il fuoco invitò il ghiaccio a danzare, l’ombra e la luce parvero abbracciarsi e allora il lampo colpì più forte il gong di tuono. Il mare si alzò e la montagna esplose per il gran delirio mentre la musica suonava forte e forte e più forte…
E io correvo, a cercare il sogno…
Poi, mi sono svegliata, non avevo piedi nel fango, non c’erano occhi rossi né verdi creature intorno a me… tutto era tornato normale, ma io, ancora volavo…
Perché
  Il tema del sogno è stato considerato in tutti i modi possibili, da quello scientifico, a quello esoterico, da quello interpretativo in psicanalisi a quello dell’interpretazione popolare e in molti altri modi ancora, ma mai, dal punto di vista del sogno stesso.
Se noi potessimo parlare con un sogno, che cosa gli diremmo?
Se provassimo a considerare che il sogno possa sognare, cosa potremmo pensare che il sogno sogni?
La realtà potrebbe essere il sogno di un sogno?
   Ho fondato la maggior parte delle mie riflessioni sul capovolgimento delle consuete visioni, del resto, riflessione è un termine che, se utilizzato a servire questo concetto, indica la riproduzione di un’immagine per riflesso. Ma se ci riflettiamo allo specchio, non vediamo forse la nostra immagine al contrario?
La realtà stessa che ci circonda, è interpretabile solo attraverso i contrari, la luce per esempio, è conoscibile a causa del buio, così come il buio deve la sua conoscenza alla luce. Ogni elemento ha il suo contrario per cui, per conoscere un determinato oggetto, o una determinata condizione, è necessario indagare il suo contrario. L’indagine del sogno però, si è fossilizzata sull’autore del sogno, senza mai investigare su chi è sognato. La nostra limitata umana comprensione, ci conduce a molte ipotesi e ci permette molte suggestioni, ma alla fine questo limite ci conduce esclusivamente verso ciò che possiamo dimostrare, e ciò che possiamo dimostrare è semplicemente ciò che conosciamo perché possiamo toccarlo o, in qualche modo, sperimentarlo. Le emozioni, i sentimenti, non sono visibili materialmente, ma sono sperimentabili e per tanto li accettiamo come una realtà. Il sogno invece, rimane ancora illusione… eppure, il sogno è più dimostrabile e sperimentabile delle emozioni… se le emozioni, infatti, si possono solo manifestare in un modo che trasforma le nostre espressioni, ma non si possono comunque vedere, il sogno, al contrario, è una realtà visibile, che tutti riconoscono.
Il sogno quindi, può essere considerato una creatura vivente?
E quindi, essendo attestato scientificamente che ogni essere vivente sogna, perfino le piante, è accettabile poter ritenere che pure il sogno, in quanto entità vivente, possa a sua volta sognare?
Forse non comprenderemo mai la vera natura del sogno, ma è certo che chi non ha sogni, non ha vita, così come chi non ha vita, non ha sogni…
Concediamo ai nostri sogni di vivere… perché i nostri sogni, ci concedono di vivere.
Le creature d’argilla
…attraverso il fango, residuo di una tempesta dalle apparizioni caotiche, ho continuato a camminare. C’erano esseri strani nei campi infangati. Erano uomini avvolti da un cromatismo oscuro, sembravano loro stessi di fango e nel sogno, ho provato inquietudine, tristezza, angoscia. Per molto ho desiderato andarmene da quel sogno, ma era come se il sogno mi trattenesse, e continuavo a camminare avvolto da questa deprimente atmosfera fangosa, tra le creature d’argilla che sembravano non accorgersi della mia presenza. Camminavano lente, loro, e io le superavo, come a voler fuggire. Camminavano lente e curve, faticosamente, sembrava portassero sulle spalle enormi macigni e apparivano sfinite… ma non c’era niente sulle loro spalle, solo la curva della stanchezza e lo sguardo della noia. Era triste quel sogno, e non so per quale ragione insistesse a trattenermi lì. Io al sogno, avevo sempre chiesto meraviglia e fascino, per poter fuggire da tutta questa tristezza, e sempre, il sogno, ha saputo accontentarmi. Anche quando non era affascinante, restava comunque un sogno e il ricordo di aver sognato, era pur sempre un fatto straordinario. Ma allora, perché questa volta, mi sentivo così depresso?… rallentai il mio passo, rallentai finché esso si fece pesante come gli uomini d’argilla e a poco a poco, cominciai a seguirli. Camminavano in fila gli uomini d’argilla e quando entrai in quella fila, pian piano, un peso cominciò a curvare le mie spalle, il colore della mia pelle mutava lentamente e si confondeva al cromatismo del sogno. In quel pigro cammino, potei percepire il freddo dell’inquietudine, la tristezza della noia e l’angoscia del tormento. Non parlavano le creature d’argilla, ed erano tutte uguali le creature d’argilla… Le creature d’argilla, non avevano sogni…
Lento, mi spostai dalla fila e mi fermai ad osservare le creature d’argilla continuare a vagare nel loro freddo mondo senza sogni…
“Puoi chiedere al sogno di darti un sogno, ma non puoi comprendere il sogno se prima non sogni…”
  Ecco perché il sogno mi tratteneva. Cambiai rotta, e mentre le creature d’argilla continuavano il loro cammino desolato in una triste deriva, vidi un palazzo dalle mura d’avorio. Il grigiore del sogno si fece pallido, forse, dietro di me, ancora camminavano le creature d’argilla, ma io non le vedevo più. Entrai nel palazzo, lì dentro, una luce soffusa colorava d’azzurro la nuova visione. Non vi era nulla nel palazzo, solo un immenso salone spoglio, ma dal fascino coinvolgente dove imponenti colonne sostenevano un alto soffitto. Al centro, s’innalzava una scala di marmo bianco e in fondo alla scala, un’affascinante donna sembrava nell’attesa. Mi girava le spalle, vestiva di bianco e aveva lunghi capelli neri. Non vidi mai il suo volto. Salii le scale e lei mi aspettò. Quando le fui vicino, aprì una porta, non disse nulla, semplicemente sembrò invitarmi a seguirla sul balcone adornato di colonne di marmo rosa intagliate, e davanti a me, vidi l’inverno… la stagione del sogno…

“È l’inverno, quando tutto dorme, che i sogni si manifestano nella più grande immensità. D’inverno, la natura sogna, e al suo risveglio, ci mostra il suo sogno”

Ferdinando

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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